Frati cappuccini tra i terremotati: «solo Gesù può rimuovere le macerie interiori»

(da andareoltre.org) «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo». La frase del profeta Ezechiele è scritta in su un grande telo proprio all’entrata del centro di comunità di Sant’Angelo di Amatrice, in modo che tutti la vedano, che tutti la tengano a mente. «Sì, perché è di questo che c’è bisogno oggi qui: di un cuore nuovo, frutto dell’incontro con il Signore risorto. Noi abbiamo avuto la grazia di prestare il nostro servizio qui proprio nel periodo di Pasqua, per far conoscere agli abitanti questa possibilità».

A parlare è frate Matteo, che insieme a frate Marco sta per salutare Sant’Angelo di Amatrice. I due cappuccini erano arrivati dal Nord Italia a prestare servizio nella frazione devastata dal terremoto dell’agosto 2016. Due mesi intensi, tra ricordi, testimonianze e la difficile ricostruzione della speranza nei cuori delle persone.

«Dopo la proposta che ci è stata fatta, la decisione di venire qui è stata presa con consapevolezza e discernimento, abbiamo accolto volentieri l’invito, pur coscienti delle difficoltà che andavamo ad affrontare: ora ci accorgiamo della grande opportunità che abbiamo avuto».

Nessuno dei due giovani cappuccini dimenticherà mai la prima giornata trascorsa a Sant’Angelo, tra cumuli di macerie e case distrutte, dove il tempo sembrava essersi tragicamente fermato alla notte di quel 24 agosto: «ci accompagnò fra’ Raffaele, era uno splendido giorno di sole, con la temperatura mite e Pizzo di Sevo che ci osservava innevato: l’approccio con questi luoghi è stato davvero molto bello. Abbiamo subito incontrato la signora Giuseppina, e poi Mauro, Oriana, il postino Claudio e tanti altri. All’inizio c’era un po’ di preoccupazione, ma poi la semplicità di queste persone ha prevalso, e ci siamo sentiti subito a casa».

Nel giorno del saluto scende qualche lacrima tra gli abitanti, e frate Marco e frate Matteo tardano a preparare la valigia, come volessero ritardare il momento del saluto con le persone che tante volte hanno ascoltato, accompagnato, visto piangere. «Se non era per loro…» dice una signora con le mani sporche di farina, armeggiando tra mattarello e uova, intenta a preparare le fettuccine per preparare un succulento pranzo per l’arrivederci ai due frati: «li ho invitati spesso ma oggi è un giorno particolare, ho cucinato i piatti che preferiscono, anche la coratella che non avevano mai assaggiato prima di arrivare qui».

Un’accoglienza calda, fatta di gesti affettuosi e doni casarecci, un modo come un altro trovato per ringraziare di una presenza costante e affettuosa: «sono stati particolarmente gentili, si è creata una buona comunione di intenti tra noi, che speriamo prosegua anche con i confratelli che verranno dopo: è fondamentale camminare assieme e mettere da parte rancori e liti, lasciando spazio al Gesù risorto».

Momenti belli e momenti brutti, assaporati con la forza dello stare insieme intorno a una tavola, o vicino all’altare che poggia su un supporto realizzato artigianalmente con un tronco d’albero da un abitante della zona.

Frate Marco non ha dubbi sui ricordi che porterà nel cuore dopo un’esperienza così intensa: «qui si sta in mezzo alla natura e agli animali, a contatto con il Creato. Non dimenticherò mai il momento in cui andavo a prendere il latte nelle stalle, parlando con gli allevatori, tra pecore, bovini, cavalli e cani che ci hanno tenuto compagnia: sapendo della mia passione per i pastori maremmani mi hanno perfino regalato un cucciolo».

Alla richiesta del momento più diffciile, frate Matteo parla del rapporto tra gli stessi confratelli: «la testimonianza che noi possiamo dare alla gente è solo quella della fraternità, e a volte il momento più complicato è stato proprio viverla tra di noi: età diverse, provenienze diverse, sensibilità diverse rischiavano di allontanarci. Invece è proprio il nostro rapporto, la nostra vita fraterna che ci rende credibili verso le persone, è per questo che abbiamo scelto di andare a trovare le persone sempre in gruppi di due, un po’ perché Gesù e San Francesco ce lo chiedono, un po’ per supportarsi a vicenda».

Così per tutti i giorni trascorsi “in cammino”, tra Sommati, Saletta e Sant’Angelo, utilizzando poco o nulla l’automobile, «perché camminare aiuta ad incontrare le persone, c’è un approccio di prossimità diverso e più immediato, e i cristiani del resto sono gente in cammino», giorni alla ricerca della parola giusta per affrontare una ferita aperta: «qui c’è bisogno di un cuore nuovo che porti via le macerie interiori fatte di rancori, invidie e gelosie, tutti noi le abbiamo, e lì non c’è Stato che possa risolvere il problema, lo può risolvere solo Gesù».

Un rapporto di aiuto reciproco quello instaurato tra frati e residenti, come una sorta di scambio di affetto e riconoscenza che ognuno ha espresso come meglio poteva o sapeva fare: «le porte delle casette sono state sempre spalancate per noi, abbiamo avuto tantissimi inviti, un affetto che ci ha supportati, perché è necessario amare, ma anche lasciarsi amare, restituire in qualche modo il bene avuto».

I bei rapporti cosruiti probabilmente non si perderanno, legame reggerà alla distanza e alla prova del tempo in nome di un cammino breve, ma significativo, in cui ci si è tesi la mano: «vorrei che queste persone di me ricordassero la fede nel Cristo risorto, la speranza, la gioia che nasce dall’incontro dal Signore, l’unico che può permettersi di camminare con serenità anche in una valle oscura. Se lui è con noi, nulla ci potrà fermare. Nulla di legato ai beni materiali, che pur utili solo sono strumenti». Intanto, fervono i preparativi per il pranzo e la signora Giuseppina prosegue a mescolare le pietanze, perché sia tutto perfetto per l’ultimo pranzo in compagnia di frate Marco e frate Matteo: «domani mi metterò in strada per salutarli prima della partenza, e tutti i miei abbracci saranno per loro».

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